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Il loop temporale nei videogiochi: L'illusione salvifica di tornare sui nostri passi per cambiare il destino

Perché amiamo i videogiochi basati sul loop, ma al tempo stesso li detestiamo.

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Si sa, la vita non è facile come all'interno di un videogioco. Se ad ogni «game over» nel mondo virtuale ci viene concessa una seconda (o più) possibilità di provare ancora - certo, a volte ricominciando persino da zero, come avviene nel genere rougelike, con la frustrazione (o il piacere) che ne deriva - nella realtà molto spesso tutto questo ci viene ovviamente negato. Non ci sono checkpoint da cui ripartire, strade differenti da provare o le classiche meccaniche trial-and-error con cui proviamo un certo senso di controllo sulle nostre azioni: no, la nostra storia personale (quella al di fuori di uno schermo) si scrive in itinere, senza reali possibilità di tornare sui nostri passi in modo radicale.

E forse è per questa ragione che ci piacciono così tanto i videogiochi che ruotano attorno ai loop temporali. Returnal, Last Day of June e, non ultimi, 12 Minutes e Deathloop, sono solo alcuni degli esempi di una serie di titoli che fanno leva sulla possibilità di avere una nuova occasione per rimettersi in gioco, magari per riparare ai nostri errori o semplicemente per guardare più a fondo determinate situazioni (e chissà, anche dentro di noi).

Il loop temporale nei videogiochi: L'illusione salvifica di tornare sui nostri passi per cambiare il destino
Nella foto, Returnal

C'è una sorta di illusione salvifica all'interno di queste esperienze, dettata da quella opportunità di provare e riprovare, che non ci viene concessa (del tutto) nel mondo reale. Quell'idea - tanto naif quanto necessaria - di avere il controllo su quanto accade perché lo hai già vissuto e la consapevolezza di quali saranno le effettive conseguenze delle nostre azioni ci caricano di un'onnipotenza difficilmente replicabile nella realtà. Eppure, talvolta, all'ennesimo loop in cui ricadiamo - perché, è vero, un conto è avere il controllo di quanto già conosciamo e un altro è fare i conti con gli innumerevoli imprevisti che comunque il gioco ci contrappone - proviamo persino una certa insofferenza a dover iniziare da zero. Ancora e ancora.

Eppure, cosa ci piace di questi giochi? La seconda chance, la terza, la quarta, la quinta, la centesima. Sapere che potremo risorgere, come fenici, portando con noi il bagaglio di errori a cui possiamo riparare. L'imprevedibilità viene meno, sappiamo esattamente quale strada percorrere, quale punto evitare - in Deathloop, addirittura, ci viene suggerito in modo plateale dai messaggi lasciati dai Colt precedenti - in quale azzardo non lanciarci. Ancora una volta il controllo, ancora una volta il senso di manipolazione del tempo e dello spazio, ma che al tempo stesso si trasforma in una vera trappola d'oro. Da cui non possiamo scappare, perché vogliamo crogiolarci in quella sicurezza di poter ritentare una volta ancora, avere sempre una nuova occasione per non perdere le speranze.

Il loop temporale nei videogiochi: L'illusione salvifica di tornare sui nostri passi per cambiare il destino
Nella foto, 12 Minutes

Ed è interessante che questi giochi, costruiti attorno al concetto di loop, arrivino a ridosso di un anno e mezzo in cui abbiamo vissuto noi stessi in un ciclo temporale senza fine. Scandito da una routine che, in qualche modo, è stata provvidenziale per non impazzire. Fare le stesse cose, giorno per giorno, è stato l'unico modo per dare un senso ad un eterno ritorno che si apriva a noi ad ogni alba. Come in Returnal, quando Selene apre gli occhi dalla sua astronave e si imbatte sulla mappa nei cadaveri della vecchia sé, bozzoli precedenti lasciati abbandonati, prima di tornare ad essere farfalla. E morire ancora. Eppure, quel senso di fiducia che la meccanica del loop è disposto a infonderci non persiste al lungo: è qui che subentra la nostra voglia di conoscenza, di sfondare una porta invisibile e andare oltre. Uscire da quella trappola di certezze perché, alla lunga, non creano stimoli. Non siamo fatti per guardare quel muro della caverna troppo a lungo davanti ai nostri occhi, come ci raccontava Platone nel Libro Settimo della Repubblica. Vogliamo guardare oltre, abbiamo desiderio di realtà e di verità, anche a costo di rimetterci la vita (digitale) ed essere messi a tappeto. Ancora una volta.

Per Dante saremmo all'Inferno, proprio come Ulisse, eppure è esattamente ciò che ci muove in quanto giocatori, in quanto esseri umani: un desiderio insaziabile di conoscenza - che porta a morire il nostro avatar, è vero, ma di cui non possiamo fare a meno. Sbagliare e riprovare è ciò che ci rende vivi, ci rende unici, anche se non saremo mai perfetti come i personaggi che interpretiamo. Non avremo mai il loro stesso controllo totale sulla nostra vita, certo, perché quello che a noi interessa è spezzare il loop, abbandonare la certezza e il bozzolo di cui sopra. Perché, in fin dei conti, ci piace sbagliare. Soprattutto perché, alle volte, quello che è stato un errore fatto sul momento, può rivelarsi la scelta migliore mai compiuta per forgiare il destino che è nelle nostre mani. E sì, non fare in modo che la vita ci cada addosso perché sappiamo come andrà.

Ci piace illuderci di essere perfetti, per questo amiamo questi giochi. Ma al tempo stesso apprezziamo il fatto che restano, appunto, esperienze digitali e non siano la vita vera. Se è vero che il loop temporale ci seduce con l'idea di poter modificare in qualche modo il corso della nostra vita, ritornando sui nostri passi, ciò che amiamo del mondo reale è quel potere immenso dato proprio dall'imprevedibilità di ciò che accade attorno a noi. Dove costruiamo chi siamo anche e soprattutto grazie agli errori (tanti) che commettiamo ogni giorno. Quando riusciamo a infrangere quel ciclo perpetuo e lasciamo che siano le nostre azioni, giuste e sbagliate che siano, a forgiarci giorno dopo giorno.

Il loop temporale nei videogiochi: L'illusione salvifica di tornare sui nostri passi per cambiare il destino
Nella foto, Deathloop


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